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venerdì 12 febbraio 2010

Consigli di lettura

Eros e Priapo di C.E. Gadda 

Li associati cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onta la Italia, e precipitarla finalmente a quella ruina e in quell’abisso ove Dio medesimo ha paura guatare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita. Ogni fatto o atto della vita e della conoscenza è reato per chi fonda il suo imperio sul proibire tutto a tutti, coltello alla cintola.

venerdì 5 febbraio 2010

Non so che viso avesse. La storia della mia vita

Da Francesco Guccini, in fondo, c’era da aspettarselo. La sua mitologia «fra la via Emilia e il West». Le sue origini appenniniche, a metà strada fra la Toscana e l’Emilia (persino la sua Bologna è «già un poco Romagna e in odor di Toscana»). Le sue canzoni fra impegno e sarcasmo, fra intimismo e attivismo. E così anche «Non so che viso avesse. La storia della mia vita», l’autobiografia uscita in questi giorni per Mondadori, si pone sullo stesso solco, in un territorio di confine, nel fertile fra della mitopoiesi e dell’opera gucciniana. 
 
«Non so che viso avesse. La storia della mia vita» è infatti un libro che si pone fra racconto autobiografico e commento filologico. Nel bel mezzo della lettura, si trova l’avvertenza: «Questo libro è un’autobiografia scritta a quattro mani. Francesco Guccini, per pudore e inusitata ritrosia, non ama parlare del proprio lavoro e soprattutto delle proprie canzoni, perciò dà la parola all’italianista, e amico, Alberto Bertoni». 

Ad una scrittura a più mani Francesco Guccini ci aveva abituato, basti pensare al sodalizio con Loriano Macchiavelli; ma un’autobiografia a quattro mani, bisogna ammetterlo, rappresenta un unicum. Le due parti che compongono il volume sono differenti e complementari, e il loro insieme contribuisce a restituire nella sua integrità quell’universo poetico e esistenziale caro al cantautore modenese.

Il racconto di Guccini parte con Il Mulino di Pàvana e termina, ovviamente, con La locomotiva. Allo storico dei primi capitoli, che ricompone con perizia quasi medievale usi e costumi della propria stirpe (si scopre, tra l’altro, un’antica faida con gli avi di Enzo Biagi), si sostituisce man mano l’uomo d’oggi, al quale, sulla soglia dei settant’anni, si chiede di scrivere l’ennesimo pezzo sulla Locomotiva. 
 
Fra questi due momenti, Guccini racconta la storia della sua vita. Una storia per argumenta, fatta di luoghi (e non luoghi), di oggetti e di persone. Luoghi che sono Balere e Osterie (quella dei Poeti e quella delle Dame); che sono città e strade, come Modena, Bologna e la via Emilia. Oggetti che sono le Chitarre, i libri (A s’va a letto per dormir, mia per légg’re). Persone che sono Radici e amici (come Bonvi, al quale Guccini dedica una lettera sincera). 
 
E poi i concerti («(…) nel dicembre del ’78 sono diventato padre. “Be’” mi dissi “ora hai una figlia da mantenere. Non è il caso di diventare un po’ più professionale?”»), la passione per cinema («Ma il cinema è il cinema»), l’amore per le rime e per la canzone popolare, per il folk, per i cantastorie.

I testi delle canzoni la fanno da padrone nella seconda parte del libro, dove Alberto Bertoni narra Vita e opere di Francesco Guccini attraverso il suo canzoniere, svelando particolari e mostrando influenze del mondo letterario e cantautorale. Da Auschiwtz a Cyrano, da Dio è morto a Quattro stracci, passando per Eskimo, Quello che non, Piazza Alimonda. Ogni canzone una tappa, da leggere e riascoltare.

F. Guccini, Non so che viso avesse. La storia della mia vita, Ingrandimenti, Mondadori, 2010, 225 pagine, 18 euro

martedì 12 gennaio 2010

Il limbo delle fantasticazioni


Una volta messo piede nel Limbo delle fantasticazioni, l’ultima fatica di Ermanno Cavazzoni, edita da Quodlibet per la collana Compagnia Extra (di cui lo stesso Cavazzoni è tra i curatori), è difficile non essere risucchiati nel vortice fantasmagorico attraverso il quale l’autore costruisce le proprie riflessioni legate all’arte e alla letteratura.

Il limbo delle fantasticazioni è un piccolo pamphlet saggistico. Ma, prima di tutto, Il limbo delle fantasticazioni è un grande libro comico: l’impianto trattatistico, come avviene nella migliore tradizione, è contaminato fin dalle radici, cedendo il passo ora ad un’inesauribile vena narrativa, ora ad incursioni nell’ambito della storia e della critica letteraria, ora ad episodi degni di un pregevolissimo mémoire.


Nei dodici capitoli che compongono il volume trovano posto gli argomenti più disparati (e al comico viene riservato ben più di qualche passo): si ragiona di angeli e di santi, di biblioteche e di cimiteri; si esorta all’uso dei numeri in letteratura; si elogiano i principianti (“Un principiante non è un ignorante, è solo uno che ha una qualche urgenza di scrivere […]”) e si raccomanda l’uso delle interiezioni (“la parte più negletta della lingua scritta”).

Le divagazioni sono orchestrate intorno alla convinzione (che si direbbe umana prima ancora che critico-letteraria) che pone la “fantasticazione” al centro di qualunque attività creativa, sia essa o meno formalmente riconosciuta con l’ingresso nel mercato culturale o con la realizzazione di un prodotto finito e canonico (è l’aspetto polemico dell’opera, rivolto a certa critica di professione e alla mania delle etichette letterarie).

Nel “grande e sacrosanto territorio delle fantasticazioni” di Cavazzoni, l’importante è che “lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni […]; uno piglia la biro e si mette a scrivere”. Il limbo, perciò, diventa metafora, figurazione di una dimensione in cui si trovano gli scrittori prima del “battesimo” di una pubblicazione; ma, più in generale, il limbo è condizione preliminare e necessaria per qualunque forma di scrittura, il luogo in cui aleggiano tutti quei “ribollimenti” che “non si sa bene che cosa siano, ma possono avere un fascino enorme”.

Ma quale letteratura scaturisce da simili trovate? Un’idea innanzitutto inclusiva: la letteratura scende dall’Olimpo o dalle vette dell’Elicona per diventare una pratica spontanea e quotidiana. Cavazzoni esprime questi e altri concetti con una prosa semplice: i toni colloquiali coinvolgono il lettore tramite un uso frequente di interrogative; le spassose esemplificazioni rendono familiari i luoghi più eruditi.

Perché semplicità e naturalezza non sono un punto di partenza, piuttosto un obiettivo. Docente di estetica all’Università di Bologna, esperto di retorica e autore di romanzi e altri scritti di varia natura (tra i quali Il poema dei lunatici, l’opera che ispirò l’ultimo film di Federico Fellini La voce della luna), Ermanno Cavazzoni sembra voler prosciugare la mole delle sue cognizioni accademiche per restituirle ad un’impressione elementare ma non per questo di minor valore teorico, per mettere al servizio dei lettori alcuni strumenti della sua officina. E Il limbo delle fantasticazioni, infatti, può essere letto anche come un piccolo manuale fenomenologico per persone che scrivono, alle quali si forniscono Consigli per incominciare, Consigli disinteressati per pubblicare o Consigli per fiutare i libri.

Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell’arte? – si legge sul retro di copertina – Beh, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, perché in questo campo se uno impara il mestiere, allora è meglio che smetta”.


E. Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Macerata, Quodlibet Compagnia Extra, 2009, 143 pagine, 12,50 euro