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lunedì 9 agosto 2010

«Atenei, con la riforma vincono i baroni»

 «Così si torna all’epoca dei baroni». E’ questo l’allarme lanciato dai ricercatori dell’Università di Modena sulle conseguenze della cosiddetta riforma Gelmini.  Dopo la sospensione della programmazione dell’attività didattica, in 7 facoltà su 12, e dopo l’appello lanciato alla cittadinanza, in cui sono annunciati incontri per la divulgazione dei motivi della protesta, i ricercatori puntano il dito contro due articoli del disegno di legge approvato in Senato lo scorso 29 luglio. Il testo, “Norme in materia di organizzazione delle univerità, di personale accademico e di reclutamento”, a settembre potrebbe diventare definitivo, con profonde modifiche negli atenei.  Gli articoli che fanno scattare la protesta dei ricercatori sono il 16 e il 17, cioè le norme sull’istituzione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale e sulle modalità di chiamata dei professori. In pratica, si tratta delle norme che governano le modalità di assunzione e di carriera. «Con queste norme - protestano i ricercatori - l’abilitazione diventa condizione necessaria ma non sufficiente per assunzioni e promozioni. E poi perchè l’abilitazione deve avere una durata quadriennale? Forse che i nostri titoli dopo quattro anni non hanno più valore?»  Per il reclutamento del personale docente, infatti, è necessaria una chiamata da parte dell’Università. «Per gli abilitati, prima del 2009, le chiamate erano stabilite da Commissioni di Facoltà che comprendevano professori ordinari e associati - spiegano una ricercatrice - Ora invece saranno decise dai Dipartimenti, cioè da organi più piccoli, e all’interno delle commissioni ci saranno solo professori Ordinari, che sono pochi di numero».  Di qui l’allarme: «A giudicare potrebbero essere sempre le stesse persone. Una possibile soluzione? Che i vincoli per valutare le candidature siano rigorosi». (e.s.)

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