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giovedì 5 agosto 2010

Università, i ricercatori confermano lo sciopero: il 65% non farà lezione

Un incontro nell’ultima settimana di agosto per definire la prossima strategia e un appello alla cittadinanza perchè comprenda le ragioni della protesta. Dopo aver ottenuto la sospensione della programmazione didattica di 7 facoltà su 12, continua la mobilitazione dei ricercatori dell’Unimore nei confronti del disegno di legge Gelmini e della manovra finanziaria. Ad aderire alla protesta, il 65% dei ricercatori. Nel prossimo anno accademico, a rischio il 30% dei corsi attivati.  «Realizzeremo un incontro a fine agosto - spiega Marina Cocchi, rappresentante dei ricercatori - abbiamo in mente di organizzare assemblee pubbliche e banchetti informativi per illustrare agli studenti e a tutti i modenesi le ragioni della nostra protesta. Vorremmo far coincidere il momento della protesta con quello della divulgazione. In più stiamo lavorando per coordinarci con le altre fasce docenza». A poche settimane dall’inizio dell’anno accademico i ricercatori rilanciano, annunciando una serie di attività e di incontri con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui motivi della loro protesta. Il bersaglio è soprattutto il ddl Gelmini, che alla ripresa dei lavori in Parlamento a settembre potrebbe essere convertito in legge. Secondo i dati forniti, il 60% dei 3258 ricercatori di ruolo delle università emiliano-romagnole e limitrofe (Padova e Verona) stanno aderendo allo stato di agitazione. Di questi, circa 320 sono quelli assunti a tempo indeterminato nell’Unimore. Ad aderire il 65% di loro: «Nell’incontro di agosto si lavorerà anche ad un coordinamento regionale - continua Cocchi - Vogliamo creare un documento da consegnare ai legislatori che riassuma in maniera schematica le nostre richieste, in modo da renderle chiare e comprensibili». Tra i motivi dell’agitazione, il blocco del turn over e della carriera: «Nel ddl Gelmini la nostra figura viene completamente abolita. Saremo sostituiti da ricercatori a tempo determinato, con contratti triennali rinnovabili per un altro trienno. A noi ricercatori a tempo indeterminato, anche in virtù della finanziaria, viene praticamente congelata la posizione. Non potremo far carriera e avremo gli stipendi bloccati. Finora nessuna delle nostre richieste è entrata nel disegno di legge e dubitiamo che qualcosa possa entrare prima della sua approvazione», conclude Cocchi. Nel corso delle ultime settimane, sono stati molti i docenti dell’Unimore che hanno appoggiato le ragioni dei ricercatori, inducendo i Consigli di 7 facoltà (di cui 5 a Modena) a prendere atto della situazione, rimandando la programmazione didattica. Le facoltà sono: Ingegneria (sia nelle sede di Reggio che in quella di Modena), Lettere, Economia, Agraria (di Reggio), Farmacia e Scienze matematiche, fisiche e naturali. In pratica, in queste facoltà i corsi sono stati stabiliti, ma non è stata ancora operata la loro calendarizzazione in quanto mancano i docenti per coprire le lezioni. Questo perchè i ricercatori hanno deciso di limitare la didattica a quanto previsto dalla legge, ovvero il 30% della loro attività, non fornendo disponibilità per coprire ulteriori corsi. «A rischio è il 30% delle lezioni frontali», avvertono. «La situazione risale a quando gli atenei hanno deciso di aumentare il numero dei corsi - racconta la ricercatrice Maria Gullo - Noi per contratto dovevavmo fare attività didattica di supporto, ma poi abbiamo dovuto tenere anche corsi veri e propri. Se finora lo abbiamo fatto, è stato solo per senso di responsabilità nei confronti dell’istituzione che rappresentiamo. Ma così sacrifichiamo la ricerca». - Evaristo Sparvieri

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