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venerdì 15 ottobre 2010

Celestini, un film sulla rivoluzione contro i manicomi

la Gazzetta di Modena — 14 ottobre 2010   pagina 23   sezione: AGENDA E LETTERE

 «Mi considero un narratore». Ama definirsi così Ascanio Celestini, regista, drammaturgo, scrittore, attore e autore televisivo. Il poliedrico artista romano, domenica alle 18, incontrerà il pubblico del Filmstudio7b in occasione della proiezione del suo ultimo lungometraggio, “La pecora nera’’, del quale è regista, sceneggiatore e interprete. La pellicola, tratta dall’omonimo spettacolo teatrale, è stata in concorso nell’ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia.
Celestini ci può anticipare cosa vedrà il pubblico modenese? 
«Nicola racconta i suoi 35 anni di “manicomio elettrico’’, e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato negli anni Sessanta, i favolosi anni Sessanta, e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori: un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura».  
Com’è nata l’idea di questo film? 
«Dal 2002 al 2005 ho fatto interviste in manicomi e ex manicomi. Mi sembrava interessante raccontare una grande rivoluzione: la rivoluzione antimanicomiale. Delle grandi istituzioni dell’età moderna, il manicomio è l’unica che è stata colpita direttamente anche se non in maniera definitiva: dalla liberazione degli internati - intesa come riconsegna di un diritto di cittadinanza vera e propria - il paziente internato non aveva nessuna responsabilità su se stesso e sulle proprie azioni - al superamento del concetto di istituzione paternalistica, che si pone al di sopra di ognuno». 
Si riferisce anche alla Legge Basaglia? 
«Il viaggio è ancora lungo, ma la legge 180 ha dimostrato che è possibile almeno incamminarsi. Il mio personaggio è al di fuori di questa prospettiva di liberazione». 
Perché la scelta di un tema così delicato? 
«Negli anni’70 l’elettroshock fu quasi una moda nel contesto delle terapie psichiatriche, spesso provocando danni irreversibili. La casta medica italiana era indignata per il Nobel assegnato a Moniz, inventore della lobotomia, e non per l’italico Cerletti che s’era inventato l’elettroshock. Era - ed è, perché l’elettroshock si pratica ancora - una tortura legalizzata. Ma ribadisco che nel manicomio si archiviavano le persone, non si curavano. E per archiviarle bisognava renderle velocemente gestibili, un po’ come le automobili vecchie che vengono compresse dallo sfasciacarrozze per occupare meno spazio».

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