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martedì 16 novembre 2010

«Dai salari alla maternità Così in tempo di crisi si discrimina sul lavoro»

la Gazzetta di Modena — 15 novembre 2010   pagina 10   sezione: AGENDA E LETTERE  

Mobbing, vessazioni di genere, discriminazioni salariali. E’ il preoccupante quadro emerso in poco più di due mesi di attività. A stilarlo, Barbara Maiani, consulente del lavoro, docente universitaria e consigliera di parità della Provincia. Sulla sua scrivania passano le storie dei lavoratori in tempo di crisi e in cerca di tutele. “Abbiamo registrato un aumento significativo delle persone che si sono rivolte ai nostri uffici - afferma - rispetto al primo semestre dell’anno, il numero di casi è pressoché raddoppiato. E’ cambiata anche la tipologia di discriminazioni”.   

Quanti lavoratori chiedono il vostro aiuto?  
“Fino a giugno sono stati seguiti 38 casi di discriminazione. Negli ultimi due mesi, le segnalazioni sono duplicate. Attualmente seguiamo 20 casi. Di questi, 15 sono gli episodi recenti. Da settembre, 4 casi sono stati risolti”.   
Si tratta di donne ostacolate sul posto di lavoro?  
“Il 75% delle segnalazioni riguarda le donne. E non necessariamente per vessazioni di genere, che rappresentano il 35% di questi casi. Le persone che si rivolgono ai nostri uffici lo fanno anche per altri tipi di discriminazione. Come quelle salariali, che interessano mancati compensi degli straordinari o del contratto collettivo. In altri casi, le discriminazioni possono riguardare problemi legati alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Una nuova modalità concerne la cassa integrazione, che per logiche aziendali può prevedere una rotazione solo per gli uomini e non per le donne. Uno dei casi più frequenti restano le minacce legate ai periodi di maternità. Ultimamente abbiamo risolto 3 casi”.   
Ci sono legami tra crisi economica e segnalazioni?  
“L’impressione è che in passato, di fronte a una discriminazione, le persone riuscivano a risolvere il problema autonomamente, magari cambiando lavoro. Ora non è più così. Inoltre aumenta il numero di persone che si rivolgono al nostro ufficio soltanto per chiedere un parere, perché hanno paura di agire temendo di perdere il posto”.   
Come intervenite?  
“Il nostro compito è affiancare alla promozione delle pari opportunità un’attività di conciliazione per la lotta contro le discriminazioni. Nel caso ci arrivi segnalazione da parte di un lavoratore, lo mettiamo al corrente dei suoi diritti”.   
C’è un iter preciso?  
“La prima azione è contattare il datore di lavoro, che sia pubblico o privato. Lo convochiamo e cerchiamo di arrivare ad una soluzione conciliativa. In caso contrario, scatta l’intervento della Direzione provinciale del lavoro, che può avviare un’ispezione. Il mio ruolo è quello di un pubblico ufficiale. Tra le mie mansioni, posso rappresentare il lavoratore in giudizio. Inoltre disponiamo di un fondo di assistenza per le spese legali. Ma a situazioni estreme ci si arriva raramente, perché le aziende hanno sempre mostrato grande disponibilità nel trovare una conciliazione”.   
Perché allora nascono questi atteggiamenti discriminatori?  
“La casistica è molto ampia. Bisogna distinguere tra piccole, grandi e medie imprese. Nelle aziende con molto personale, ad esempio, non sempre le dirigenze possono essere al corrente di ciò che avviene tra colleghi”.   Sono mai capitate ‘false’ segnalazioni come tentativo di ledere intenzionalmente il datore di lavoro?  
“Il pericolo è scongiurato dalle verifiche incrociate lavoratori-aziende. A volte mi sono capitate persone che volevano denunciare atteggiamenti discriminatori che non erano tali. Penso a vicende riguardanti ferie non accordate, ma che rientravano tra i diritti del datore di lavoro. Spesso chi si rivolge a noi non conosce le alternative a disposizione. E parzialmente conosce i propri diritti”.

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