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lunedì 31 gennaio 2011

L’incubo dei forni crematori


 AUSCHWITZ (Polonia). Cala il gelo negli sguardi dei ragazzi mentre visitano il block del forno crematorio e della camera a gas.
 É una volta usciti da lì che gli oltre 600 studenti di “Un treno per Auschwitz” si rendono realmente conto dell’immane tragedia dell’Olocausto, di cui il lager polacco è simbolo.
 La spensieratezza per un momento li abbandona: di fronte ai muri spogli e incrostati e a quell’odore di fumo e di morte che entra fin dentro le ossa, si muovono con rispetto e circospezione.
 Ieri il campo di concentramento di Auschwitz è stato teatro delle commemorazioni. Sul muro delle fucilazioni, i presidenti di Polonia e Germania, insieme a delegati di altre nazioni, hanno deposto fiori. Lì gli studenti modenesi hanno toccato con mano il motivo della loro visita: essere nuovi testimoni perchè ciò che è stato non si verifichi in futuro. «Davanti a questi luoghi vengono i brividi» dice Marco Mercati del Vallauri. «Non capisco il perchè di tutto questo», dice Daniela Veronesi del liceo Galilei. Non è la sola: nessuno, davanti allo sterminio di oltre un milione di persone, può capire. Nè docenti, nè intellettuali, nè nessun altro. É per questo che si sente il bisogno di tornare. che stupisce i ragazzi, camminando nelle strade innevate del campo, è la folle lucidità con cui lo sterminio è stato progettato e portato avanti. «Era una fabbrica della morte, organizzata per uccidere», ripetono sconvolti tra di loro.
 Ad Auschwitz, ieri, c’era davvero la neve. Quasi a voler rimarcare gli stenti patiti da milioni di uomini, donne e bambini di cui tutto il campo - ogni singolo mattone - è un monumento. Volti che urlano la loro dignità dalle foto scattate dai tedeschi per schedare i prigionieri, oggi appese sulle pareti dei block. «Le immagini dei bambini sono sconvolgenti», dice Silvia Stermieri del liceo Fanti. «Ciò che fa paura non è quello che abbiamo visto, ma tutto ciò che non abbiamo mai visto, che si nasconde dietro ogni singolo oggetto», commenta Federico Clò del liceo Allegretti. Infatti qui ogni oggetto ha una storia tragica alle spalle. A cominciare dalla crudele targa sulla soglia di ingresso, “Arbeit mach frei”: “Il lavoro rende liberi”. A metà tra storia e leggenda, si racconta che sia stata forgiata da un prigioniero ebreo che, per comunicare ai nuovi deportati la menzogna racchiusa in quella frase, ha modellato la lettera “b” al contrario. Perchè una volta varcata la soglia d’ingresso, si entra in un mondo senza senso, racchiuso tra fili spinati. «Bisogna venire qua per capire veramente la storia di ciò è successo», dice Alessandro Rosi del Paradisi.
 Forse è vero. Ma sia le pagine di un libro di storia che una visita ad Auschwitz manifestano lo stesso obiettivo: non dimenticare.
- Evaristo Sparvieri

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