20 gennaio 2011 — pagina 24
| fonte:dariofo.it |
Paolo Rossi, l'allievo si confronta con il maestro.
«Sono fortunato. Tra i miei maestri ho avuto un Nobel e nomi come Cecchi, Strehler, Gaber, Jannaci: un vero olimpo. Speriamo di aver imparato qualcosa».
Dario Fo la definisce il suo allievo.
«Il suo più grande insegnamento consiste nell'avermi trasmesso il valore dell'arte socialmente impegnata e nell'essere coerenti nella vita, nella messa in scena e sul palcoscenico».
Ovvero?
«L'impegno per un lavoro collettivo. Chiunque faccia un mestiere come il mio deve saper staccarsi dal business. Con i tempi che stiamo vivendo, ogni scelta è importante. Ma Modena è una città che sa recepire i giusti messaggi».
Veniamo allo spettacolo. Il suo è un mistero buffo "umile".
«La parola umile ha molti significati. In questo caso vuol dire instaurare un collegamento con la Commedia dell'arte, nella quale i pezzi si tramandavano e si modificavano, così come gli interpreti».
Differenze con l'originale?
«Alcuni brani sono interi, altri accennati. Ci sono riferimenti alla cronaca ma non sono fondamentali. C'è un'opera di mixaggio, un modo per diluire l'ideologismo degli anni '70. Ci sono accenni alla cronaca ma non sono una chiave fondamentale. La scaletta si modifica però ogni sera».
Però anche lei si confronta con il grammelot, quel formidabile linguaggio parodico e musicale dei giullari.
«Tra gli episodi del Mistero buffo, in queste sere di certo ci sarà la "Nascita del giullare". Ma la lingua usata da Dario, che rispetto moltissimo ed è presa dai comici della Commedia dell'arte, ha una funzione diversa dalla mia, che è una lingua di sopravvivenza. Quella che un artista userebbe all'estero lavorando per strada».
Evaristo Sparvieri
«Sono fortunato. Tra i miei maestri ho avuto un Nobel e nomi come Cecchi, Strehler, Gaber, Jannaci: un vero olimpo. Speriamo di aver imparato qualcosa».
Dario Fo la definisce il suo allievo.
«Il suo più grande insegnamento consiste nell'avermi trasmesso il valore dell'arte socialmente impegnata e nell'essere coerenti nella vita, nella messa in scena e sul palcoscenico».
Ovvero?
«L'impegno per un lavoro collettivo. Chiunque faccia un mestiere come il mio deve saper staccarsi dal business. Con i tempi che stiamo vivendo, ogni scelta è importante. Ma Modena è una città che sa recepire i giusti messaggi».
Veniamo allo spettacolo. Il suo è un mistero buffo "umile".
«La parola umile ha molti significati. In questo caso vuol dire instaurare un collegamento con la Commedia dell'arte, nella quale i pezzi si tramandavano e si modificavano, così come gli interpreti».
Differenze con l'originale?
«Alcuni brani sono interi, altri accennati. Ci sono riferimenti alla cronaca ma non sono fondamentali. C'è un'opera di mixaggio, un modo per diluire l'ideologismo degli anni '70. Ci sono accenni alla cronaca ma non sono una chiave fondamentale. La scaletta si modifica però ogni sera».
Però anche lei si confronta con il grammelot, quel formidabile linguaggio parodico e musicale dei giullari.
«Tra gli episodi del Mistero buffo, in queste sere di certo ci sarà la "Nascita del giullare". Ma la lingua usata da Dario, che rispetto moltissimo ed è presa dai comici della Commedia dell'arte, ha una funzione diversa dalla mia, che è una lingua di sopravvivenza. Quella che un artista userebbe all'estero lavorando per strada».
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