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venerdì 21 gennaio 2011

Rossi: vi presento il mio Mistero Buffo tributo a Dario Fo

 20 gennaio 2011 —   pagina 24  
fonte:dariofo.it
MODENA. «Se Dario Fo con il suo mistero buffo è andato fino ad Oslo per ritirare il premio Nobel, a me al massimo mi spediscono a Lugano». É con la sua consueta autoironia che Paolo Rossi presenta il suo ultimo spettacolo: "Il mistero buffo di Dario Fo (p.s. nell'umile versione pop)", in scena da oggi e fino a domenica al teatro Storchi (spettacoli alle 21, festivi alle 15.30). L'attore, sabato alle 17.30, incontrerà il pubblica nel foyer del teatro.
Paolo Rossi, l'allievo si confronta con il maestro.
«Sono fortunato. Tra i miei maestri ho avuto un Nobel e nomi come Cecchi, Strehler, Gaber, Jannaci: un vero olimpo. Speriamo di aver imparato qualcosa».
Dario Fo la definisce il suo allievo.
«Il suo più grande insegnamento consiste nell'avermi trasmesso il valore dell'arte socialmente impegnata e nell'essere coerenti nella vita, nella messa in scena e sul palcoscenico».
Ovvero?
«L'impegno per un lavoro collettivo. Chiunque faccia un mestiere come il mio deve saper staccarsi dal business. Con i tempi che stiamo vivendo, ogni scelta è importante. Ma Modena è una città che sa recepire i giusti messaggi».
Veniamo allo spettacolo. Il suo è un mistero buffo "umile".
«La parola umile ha molti significati. In questo caso vuol dire instaurare un collegamento con la Commedia dell'arte, nella quale i pezzi si tramandavano e si modificavano, così come gli interpreti».
Differenze con l'originale?
«Alcuni brani sono interi, altri accennati. Ci sono riferimenti alla cronaca ma non sono fondamentali. C'è un'opera di mixaggio, un modo per diluire l'ideologismo degli anni '70. Ci sono accenni alla cronaca ma non sono una chiave fondamentale. La scaletta si modifica però ogni sera».
Però anche lei si confronta con il grammelot, quel formidabile linguaggio parodico e musicale dei giullari.
«Tra gli episodi del Mistero buffo, in queste sere di certo ci sarà la "Nascita del giullare". Ma la lingua usata da Dario, che rispetto moltissimo ed è presa dai comici della Commedia dell'arte, ha una funzione diversa dalla mia, che è una lingua di sopravvivenza. Quella che un artista userebbe all'estero lavorando per strada».
Evaristo Sparvieri

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