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mercoledì 9 febbraio 2011

Mina Welby in città: è un diritto dei malati poter dire “ora basta”

 «Quando è stato staccato dal suo ventilatore, si è parlato di suicidio assistito. Il medico è stato inquisito, ma il gup lo ha prosciolto perché ha visto che le volontà di Piergiorgio, scritte in un libro, comunicate a me e al medico stesso, erano state rispettate». In occasione del Convegno nazionale sui registri delle dichiarazioni anticipate di volontà, Wilhelmine Schett, oggi conosciuta come Mina Welby, ripercorre la battaglia condotta dal marito, il giornalista e attivista Piergiorgio Welby, per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico in Italia. «Quando la malattia aveva raggiunto il culmine, la morte non era più una cosa desiderata, ma accettata - spiega Mina Welby - Non si vuole così far morire una persona, ma si accetta di non poterne impedire più la morte».
 A breve il dl Calabrò andrà in discussione alla Camera.
 
«Le legge, messa da parte per questioni “più importanti”, è diventata come una moneta di scambio per il Governo, con la quale noi cittadini veniamo venduti».
 Ovvero?
 
«La considero un provvedimento illiberale, dove viene addirittura citato il codice penale, che non ha nulla a che fare con una legge in cui dare ai cittadini la libertà di scegliere le proprie cure per il momento in cui non saranno più capaci di intendere e di volere. É una legge scelta principalmente per chi va in stato vegetativo. Ma non tutti andremo in stato vegetativo. La maggior parte delle persone incontra difficoltà a sopportare i dolori e ha bisogno di cure palliative. Ed è questo su cui i cittadini devono poter dire “adesso basta”, come sancito dalla Costituzione».
 I registri comunali possono supplire alla mancanza di una legge nazionale?
 
«I comuni non hanno fatto una legge, ma un’altra cosa. Sono dalla parte dei cittadini: le registrazioni offrono un servizio in più nelle anagrafi. É necessario far capire al Governo che serve una buona legge, che cittadini ne hanno bisogno perché vogliono essere liberi di scegliere come essere curati e come non essere curati. Nessuno deve essere costretto alle terapie, né dal medico, né dai parenti, né da una legge. Credo che questo evento a Modena potrà dare coraggio anche ad altri Comuni italiani».
(e.spa.)

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